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Il libro di De Caro illustra il tentativo di un itinerario argentino fedele, nelle intenzioni, ad una scelta tra l'opzione del viaggio e quella del tour, incline a mete, percorsi e modi alternativi a quelli rituali e collettivi. Conforme a tale criterio è la rinuncia a parlare di Buenos Aires. Non si può parlare, se non dopo un lungo soggiorno, di un agglomerato urbano di dodici milioni di abitanti, una megalopoli tumultuosa, caotica, pericolosa, indecifrabile alle note rapsodiche del viaggiatore.
In un viaggio di alcuni mesi è sembrato più accessibile cercar di capire l'Argentina dal punto di vista della sua periferia, dell'"Interior", sempre antagonista del "Centro".
L'80 per cento della popolazione argentina si concentra nelle aree urbane con il mostruoso addensamento del 50 per cento a Buenos Aires e nella sua provincia, mentre a fronte di una disoccupazione ufficiale di un 9.8 per cento solo il 5 per cento della popolazione trova impiego nell'agricoltura nonostante gli immensi spazi disponibili e l'inesauribile varietà di condizioni climatiche favorevoli. I dati rinviano chiaramente ad una perversa divisione e gestione della proprietà, causa diretta anche di improvvide scelte economiche alternative, dissipatrici delle risorse del Paese, come appunto il turismo di massa o il saccheggio del patrimonio ambientale. Un aspetto ulteriore ha evidenza diretta e peculiare nella periferia argentina, un problema rimasto aperto a centotrenta anni dalla sua "soluzione definitiva". Il barbarico genocidio della "barbarie indígena" e cioè l'esistenza di ventiquattro "pueblos originarios" in ventitré Province di mezzo milione di aborigeni, tuttora largamente sentite come differenza e sviamento scrive Gabriela Karasik "en relación al modelo "nacional" en lo económico, lo social y sobre todo lo cultural".
Anche di questo si parla a lungo mentre si percorre il Paese in aereo, in auto, in colectivo, in barco, dalla Pampa alla Mesopotamia, dal Noroeste a Cuyo, a Ushuaia fin del mundo.
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